Dal Vinitaly alla Children’s Book Fair passando per VinNatur e Vini Veri: una folle settimana a rincorrere passioni.
Sono un’appassionata, sono una grande appassionata: lo dichiaro senza paura di smentita! Appassionata di un mestiere: la traduzione; e appassionata di vini naturali, quelli senza solfiti aggiunti (quelli che non fanno venire il mal di testa, per intenderci). Le due cose non hanno un legame in questo contesto narrativo, se non la quasi sovrapposizione di date di fiere dedicate nella stessa settimana e la volontà quasi folle da parte mia di portare avanti più progetti in contemporanea.
Gli appassionati, ma più di tutti gli addetti ai lavori, sanno che in coincidenza con la più grande manifestazione a livello mondiale sul vino, il Vinitaly, si moltiplicano le iniziative che ruotano intorno all’universo della produzione di questa bevanda, tanto amata quanto temuta, nei dintorni di Verona e di Vicenza. Non si tratta di doppioni ‘in piccolo’, ma di vere e proprie fiere che si identificano con un mercato in alternativa e spesso in opposizione a quello della produzione dei vini convenzionali, ipertrofico e super rappresentato al Vinitaly. Sì, è vero, da qualche anno qui c’è anche un padiglione dedicato ai vini biologici e ai cosiddetti vignaioli indipendenti, ma stiamo parlando di altri minuscoli sottosettori di nicchia, attigui ma non necessariamente coincidenti con il mondo dei vini naturali.
Al Vinitaly ci sono andata poco convinta e il pregiudizio si è consolidato dopo una giornata di ‘esperienza’ sul posto in quell’atmosfera da fiera degli eccessi del vino di lusso, con stand sfolgoranti che sembravano appena usciti da un libro di design di interni futuristico. Più che al gusto, facevano appello a tutti gli altri sensi, ottenendo però l’effetto di stordire ancor prima di dare accesso agli assaggi.
Ciò che poi salta all’occhio è che si tratta di un universo popolato quasi esclusivamente da un pubblico maschile, le donne relegate a offrire gli assaggi ai visitatori o le borsette pubblicitarie. Non ho assaggiato nulla: l’eccesso di scelta, il frastuono, lo sfavillio mi hanno respinta facendomi rifugiare nel padiglione delle birre, molto meno frequentato, dove ho scoperto un birrificio contadino marchigiano, l’Oltremondo (Oltremondo_birrificio su Instagram), che merita di essere citato per le splendide etichette delle sue lattine e per una birra prodotta con la passione di chi coltiva da sé le materie prime (come il malto e il luppolo); il loro motto è: “produzione di birra dalla terra al bicchiere”. Come tutto ciò che attiene alla sfera del gusto, il giudizio è personale, ma io ho apprezzato in particolar modo la Brugla (IPA) e la Ripa (Double IPA). Ma anche l’eccentrica Mareggia (con i lupini) e l’ottima Nuzziale (per chi ama le Barley biologiche).
Archiviato il Vinitaly, le due giornate successive mi aspettavano al varco con la maratona fra Vini Veri a Cerea (VR) e VinNatur a Gambellara (VI).
In entrambe, un’atmosfera completamente diversa dal primo, accogliente, familiare, contagiosa per il desiderio da parte dei produttori di descrivere la propria ‘arte di fare il vino’ nel rispetto della materia prima e dei processi in cantina.
Il rischio di eccedere negli assaggi lasciandosi trasportare dai racconti dei vignaioli era alto quindi mi ero preparata una scaletta da seguire rigorosamente. Inoltre, avevo un obiettivo preciso: prendere contatti con le aziende vicentine per il prossimo progetto editoriale (sui vini naturali, ça va sans dire!) e la sobrietà doveva prevalere se non altro per riuscire a fare una descrizione più o meno coerente e senza sbavature dovute ai fumi dell’alcol dell’idea che avevo in mente e che ho maturato dopo diversi anni di approfondita conoscenza di questo mondo. Anche qui la presenza maschile era prevalente, ma almeno non c’erano ‘veline’.
Molte sono state le conferme, perché la tentazione di assaggiare di nuovo ciò che già si conosce è forte ed è vieppiù motivata dal fatto che nel mondo del vino naturale il risultato è legato a doppio filo alle condizioni climatiche dell’annata e all’equilibrio tra il lavoro in vigna (senza l’uso di concimi chimici) e quello in cantina, dato che si evita il più possibile di fare ricorso a stabilizzazioni o manipolazioni di alcun tipo.
Diverse anche le nuove scoperte. A Cerea mi hanno colpito il sapido vermentino Alòs del ligure Macchion dei Lupi (www.macchiondeilupi.it) e l’equilibrato nebbiolo Roccabella del piemontese Eugenio Bocchino (www.eugeniobocchino.it). Mentre con VinNatur, sono scesa fino in Sicilia per gli originali vini della Tenuta La Favola (www.tenutalafavola.it), in particolare il frappato Fravolato e un bianco (da uve Grillo e Moscato) di cui non ricordo il nome…
I produttori sono concordi nell’affermare che il settore è in crisi per l’ondata salutista che sta demonizzando più l’uso che non l’abuso di alcol (punire tutti per raddirizzarne uno!) e che la moda dei ‘vini naturali’ nelle enoteche, come tutte le mode, non è destinata a durare.
Credo che sia importante far conoscere l’universo del vino naturale che, già a partire dalla sua definizione, trova ancora oggi un numero elevatissimo di detrattori per i forti pregiudizi legati fin dalla nascita a questo ‘movimento’. La strada del rispetto e della difesa dell’ambiente e dell’ecosistema per ottenere un prodotto quanto più possibile privo di ‘veleni’ e manipolazioni è l’unica che si possa e debba seguire se si ha in mente l’obiettivo condiviso di mantenere questa bevanda, annoverata a pieno titolo fra i piaceri della vita, qualcosa di unico e di non omologato.
La conclusione della settimana non è stata meno intensa con la gita a Bologna, alla Children’s Book Fair, la fiera dell’editoria per bambini e ragazzi (almeno qui non c’era alcol!). Anche questo è un mondo a parte ma, a differenza del precedente, qui prevale ‘l’altra metà del cielo’, come romanticamente, anche se ormai in modo un po’ inflazionato, viene definito l’universo femminile.
E qui un altro tipo di magia trova spazio e la creatività si moltiplica in mille forme d’espressione, di cui ci si può fare un’idea fin dall’ingresso al primo padiglione scivolando lungo il ‘muro del pianto’: un lunghissimo e sinuoso pannello dove illustratori e disegnatori appendono disegni e originali biglietti da visita con QR code per farsi notare dagli editori o dagli scrittori alla ricerca di collaboratori. L’obiettivo finale è riuscire a illustrare le storie destinate al pubblico di lettori (spesso per interposta persona) più ingordo del mondo: i bambini. E poi infinite mostre di illustrazioni e silent book (libri senza parole; alcuni, veri e propri gioielli capaci di condensare in poche tavole un racconto) da ogni parte del mondo. E libri pop-up e di poesie (chi ha detto che la poesia è appannaggio dei soli adulti?), e tanti tanti libri da tradurre… che aspettano chi, come me, fa di mestiere il traduttore, per essere diffusi nella nostra lingua, grazie a un passaggio delicato che richiede l’intermediazione umana (non ho nulla contro l’intelligenza artificiale purché non mi rubi il mestiere!) per i risultati migliori.






