Spentisi i clamori, abbassatisi i riflettori, e smorzata pure la sacra fiamma della torcia olimpica, eccoci ritornati alla vita normale senza più record se non quelli del banale quotidiano, che però non fanno notizia. L’abbuffata di spectator sport ci ha lasciati (e parlo delle schiere di veri appassionati) satolli e ingordi al tempo stesso. Ma a breve arriveranno le ‘para’ a soddisfare ancora quel desiderio di impresa che ci fa immedesimare al punto da avere gambe e braccia indolenzite, come partecipassimo anche noi degli immani sforzi che solo una vita di allenamenti consente.
Dico questo al netto delle polemiche e collateralmente alle proteste, sacrosante (le proteste, ma non i boicottaggi). Vivo questa contraddizione, come molte altre. Vivo, nel senso che l’accetto, senza riuscire però a trovare conciliazione, né giustificazione.
Sono consapevole che la colossale macchina organizzativa per le Olimpiadi nasconda aspetti oscuri (appalti poco trasparenti, spese ingenti che avrebbero potuto essere dedicate a esigenze più impellenti del Paese, passaggi molto poco ecosostenibili), concordo con chi protesta (anche se non ho più fiducia nel risultato concreto della protesta in sé) o fa divulgazione seria per evidenziarli e metterli in luce, ma sabotare quando il danno è già stato fatto non ha alcun senso e non giova a nessuno.
Parallelamente a questa considerazioni, però, si insinua la ricerca della bellezza del gesto atletico che queste olimpiadi ci ha regalato a profusione e l’esaltazione adrenalinica che ne consegue e niente, l’idea di ‘boicottarle’ ovvero di lasciare spenta la TV è stata annientata fin dalla cerimonia d’apertura (una delle cose più noiose di questa terra, resa però in questo caso ilare dal commento goffo e inappropriato di un direttore della rete pubblica, che ha poi provocato le proteste da parte dei giornalisti di settore che si sono sentiti sviliti nel loro mestiere e hanno deciso di ritirare le loro firme da tutti i servizi e per quasi tutta la durata dell’evento fino all’epilogo delle dimissioni del reo).
Ma la mia è solo esigenza di fare un recap laterale, non è certo questa la sede per esaltare i campioni di quale che sia nazione, finirei per citare soprattutto i quarti posti o gli esclusi per un soffio dalla finale, ne sono certa. Vorrei invece solo citare quelle cose che sono andate a colpire la mia ‘rete celebrare di default’ (la DMN, Default Mode Network), quella che lavorava in sottofondo mentre ero intenta a sudare con lo sforzo degli atleti.
È stato divertente constatare come la ‘curling mania’ si sia diffusa in tutto il paese e assistere alla sua promozione da sport spesso ridicolizzato (innumerevoli sono i meme in rete dello sport con lo spazzolone) a ossessione di molti. Vorrei vantarmi di seguirlo anche a fari spenti, anche fuori dalle grandi occasioni, ma non lo farò. Esalterò invece il commento professionale e tecnico di Stefano Rizzato e Francesco De Zanna, rispettivamente giornalista di Rai Sport e atleta della nazionale italiana di curling, che a questo successo hanno enormemente contribuito.
Dal curling al pattinaggio è una rapida scivolata sul ghiaccio. E se nel curling ora riesco a districarmi fra le regole di gioco, del pattinaggio mi è impossibile distinguere il doppio loop dal triplo axel (è già tanto riuscire a contare i rapidissimi giri su loro stessi che questi artisti del ricamo sul ghiaccio eseguono in pochi istanti). Tante le storie dietro i successi e le cadute (non solo fisiche) di questi atleti sottoposti a stress indicibili, tanti i cambi di nazionalità (a causa di fughe da paesi in guerra).
Il CIO, il Comitato Internazionale Olimpico, penalizza gli atleti che fanno politica (esemplare il caso dell’atleta di skeleton ucraino, Vladyslav Heraskevyc, che voleva indossare il casco decorato con i volti dei suoi compagni, atleti anch’essi, uccisi in guerra e che per questo è stato squalificato), ma in molti hanno fatto dichiarazioni politiche perché alla fine – banalità delle banalità – tutto è politica, la vita delle persone è politica, o meglio la politica (soprattutto quella pessima, non finalizzata al benessere condiviso) ha conseguenze sulla vita delle persone. Ed è così che si sono sentite le parole politiche della pattinatrice americana Amber Glenn che ha usato il palcoscenico delle Olimpiadi per dare visibilità alla comunità LGBTQIA+ (acronimo inclusivo di identità e orientamenti sessuali non eteronormativi), a cui dichiara orgogliosamente di appartenere, in contrapposizione alla politica omofoba della pericolosa cricca al potere nel suo paese.
E non è forse una forte dichiarazione politica, quella del CIO (che quindi contraddice sé stesso), di accettare gli atleti israeliani sotto la loro bandiera, facendo competere invece russi e bielorussi sotto bandiera neutrale? Due pesi e due misure? Due massacri diversi, di serie A e di serie B? Sono forse i numeri a far la differenza? O le diverse sponde del mare? E infatti per le paraolimpiadi, giusto per non far mancare ulteriore polemica, cosa decide? Sempre il CIO. Di ripristinare la bandiera russa e bielorussa. Bene, un primo passo verso un’equità di forma, se non altro, di facciata. Con buona pace della tregua olimpica.
Concludo con una nota di colore per alleggerire il discorso o meglio per tagliare il ghiaccio (sic!). A un certo punto di questi venti e passa giorni di esaltazione degli sport ‘del freddo’, si diffonde in rete la notizia ‘hot’ che nel Villaggio Olimpico sono andati esauriti i preservativi e così le mascotte Tina e Milo vengono cooptate per la distribuzione gratuita degli stessi (quest’ultima parte è una fake, però). Il portavoce del CIO (che evidentemente, oltre che di politica si interessa anche di altro) stima che già nei primi tre giorni siano stati usati i diecimila condom distribuiti. A fronte di 2.900 atleti circa. Ma per spezzare una lancia a favore di questi ‘spreconi’ va detto che le quantità elargite inizialmente in questa edizione dei Giochi risultavano ridotte (solo 10.000, appunto) rispetto a quelle di altre occasioni simili. A quanto pare il tabù del sesso prima di una gara importante è passato di moda. Con buona pace, in questo caso, di Rocky Balboa.
