A dicembre, così per puro caso (ma nulla lo è veramente), nel bel mezzo di una festa dove mi sentivo un po’ spaesata (a 55 anni non si va più alle feste per fare nuove conoscenze!), al picco della mia noia, scorgo finalmente un volto amico, quello dell’artista vicentino Enrico Mitrovich. Dopo i primi convenevoli, inizia a raccontarmi di suo nonno, tale Giovanni Rossi, editore vicentino, che un secolo fa, esattamente un secolo fa, pubblicava una guida di Vicenza, la Guida Rossi.
Incuriosita dal fatto, ma anche un po’ emozionata e commossa per la coincidenza, dato che una nuova guida di Vicenza era da poco stata data alle stampe a mia firma e per i tipi di Odòs, di lì a qualche giorno mi reco in Biblioteca Bertoliana per una ricerca.
Il mio impegno viene subito premiato dalla presenza in prima linea del mio bibliotecario preferito, Paolo Gordon, che con la solita sagace metodologia di ricerca e armato di pazienza riesce a trovarmi il volume di riferimento: “Guida Rossi” commerciale artistica di Vicenza e provincia 1924-25, G. Rossi & C., Officine Poligrafiche Complete, Vicenza.
Meraviglia delle meraviglie: qualcuno un secolo fa si era messo a fare lo stesso lavoro di ricerca, studio, catalogazione e sintesi che ho fatto io e che nel mio caso ha richiesto circa due anni per essere portato a termine.
L’autore compilatore, tale Antonio Rossi, che pare fosse il fratello dell’editore (ma di loro si sa poco se non che Giovanni scappò in Brasile a causa del fascismo), nella prefazione usa parole che trovano ampia eco in me: “Abbiamo lavorato senza posa lungamente e duramente, senza risparmio di tempo, di danaro e di carta. Purtroppo, – lo diciamo senza pentimenti – benché una guida sia opera altamente civile e la sua compilazione un’ardua impresa, non abbiamo trovato quell’appoggio morale, proprio là dove credevamo di averne qualche diritto”. A chi si riferisca io davvero non so e non posso saperlo, ma le similitudini fra queste esperienze distanti un centinaio di anni a quanto pare corrono fin da subito su binari paralleli.
Inizio a sfogliarla e immediatamente ho la sensazione che davanti ai miei occhi si apra un wormhole o cunicolo spazio-temporale (ormai tutti sanno di cosa si tratta – Stranger Things docet – e sennò c’è sempre l’AI – sic!): e vengo catapultata nella Vicenza di un secolo fa.
I punti di riferimento, chiaramente rimangono fissi, sono i medesimi: i monumenti, i palazzi storici, i ponti, le vie (con qualche eccezione di rilievo come Corso Principe Umberto ora Corso Palladio), ma il resto, beh, il resto è davvero tutto da immaginare.
Basta dare una scorsa all’indice per la conferma di aver davvero attraversato un ponte di Einstein-Rosen.
Ma prima di fare qualche esempio, è importante specificare che la Guida Rossi presenta un’impostazione pratica (per alcuni versi “da elenco telefonico” per i dettagli enumerati) e di facile consultazione; annovera tutto (ma davvero tutto) e tutti (con tanto di nome e cognome). Chiunque avesse un ruolo di rilievo o meno nel pubblico (dagli spazzini all’accalappiacani, dalle levatrici comunali al custode del macello), esercenti, fabbriche, aziende, amministrazione, viene citato in questo spazio che vuole essere al contempo, e come dice il titolo, artistico e commerciale. Pregevole l’idea di scrivere una guida di simil fattura in un’epoca in cui il turismo di massa (o l’overtourism come va di moda dire oggi) non si sapeva neanche cosa fosse; di conseguenza il target di una tale pubblicazione non poteva che essere il cittadino ‘moderno’ che voleva conoscere meglio la propria città non solo sotto il profilo artistico ma anche a scopo pratico.
E allora, ecco a voi le bacinelle per filande, i bazars (con la esse finale), i brillatoi e pile di riso, i semi per bachi (da seta – NdR), gli essiccatoi per bozzoli (sempre per rimanere in tema), le fabbriche di stuzzicadenti e di turaccioli, i cappelli di paglia e i bottonifici, le biblioteche circolanti e gli imbalsamatori, le fonderie di campane e le cave di terra colorata, e il corpo nazionale degli esploratori o Boy Scouts (ah, no, questi sono sempre esistiti e sempre esisteranno!), i liutai e le fabbriche di zoccoli, e ultimo ma non meno importante: il Comitato Civile Interpolitico per la lotta contro la bestemmia e il turpiloquio! Di cui evidentemente faceva parte anche l’autore visto che in tutto il testo ricorre con varie perifrasi e con un linguaggio che oggi fa sorridere, l’invito a non bestemmiare (“Chi bestemmia perché non sa risolvere il più piccolo problema è un incapace o un idiota”). Mi spiego: siamo a inizio secolo (il XX, però) e si dà enorme importanza a cose che oggi non fanno nemmeno più girare lo sguardo. Ma c’è anche una forte autoironia: “Se non trovate nella GUIDA quello che cercate… NON BESTEMMIATE!”.
Nella sezione dedicata alle fiere e ai mercati (che erano molto più settoriali e si tenevano praticamente tutti i giorni), la FIERA DI SETTEMBRE (detta comunemente anche la ‘festa dei oto’ – NdR) viene così descritta: “detta della Madonna. Dall’1 all’8 settembre. Una delle più importanti Fiere del Veneto, alla quale accorre gran numero di forestieri e innumere popolazione della Provincia. In questa occasione il comune, ma più ancora l’ardita Società ‘Pro-Vicenza’ suole indire spettacoli degni di grandi città. Concorsi – Gare sportive – Corse al Trotto – Esposizioni Spettacoli d’Opera – Tombole e Pesche di Beneficenza, ecc. ecc., tutto organizzato con alto senso e praticità sì da rendere lieto il soggiorno ai visitatori non solo, ma soprattutto per far conoscere al forestiere questa Vicenza che non vuol essere solamente un Museo Archeologico, ma bensì fucina d’Industrie, d’Arti, di Mestieri. Tutto un popolo che lavora nei campi, nelle officine”.
Molto interessante, io trovo, il punto di vista del redattore che esalta con orgoglio l’operosità e l’ingegno della propria città, al di là dei tesori architettonici che la stessa ha ereditato.
Infinito è poi l’elenco dei ‘pizzicagnoli’ (questa parola mi ha sempre fatto sorridere!), e numerosi sono anche i dormitori e le cucine economiche (nel senso di luoghi dove gli indigenti si rivolgevano per i pasti), le fabbriche di mastice e di mastelli, di lumini da notte e di lucido per calzature.
Lo sfogliare è ipnotico e penso che se qualcuno volesse per non so quale motivo o interesse costruire un diorama della città di Vicenza di inizio secolo scorso, avrebbe facile compito trovando in questa guida una mappa dettagliatissima.
Fa riflettere, poi, a pag. 31, nei cenni statistici più ampi, il richiamo al nostro passato coloniale: l’Italia è annoverata al quarto posto (naturalmente dopo Inghilterra, Francia e Belgio) fra le nazioni per i suoi possedimenti coloniali. Oltre alle risapute Libia, Somalia ed Eritrea, compaiono anche Tien-Tsin, piccola colonia cinese, e Rodi e Dodecaneso.
Buffo anche come il tasso migratorio italiano, fra i più alti nell’Europa dell’epoca (intesa come spazio geografico) viene visto evidentemente come motivo d’orgoglio e vanto!
A questo punto, mutatis mutandis, mi chiedo come i 60.250 vicentini di allora vedrebbero la loro città oggi: forse meno varia e più uniforme, con molti meno ‘commerci’ e con più cineserie, con meno classismo apparente (nella guida del Novecento ci sono anche i nomi delle famiglie nobili, ma oggi a far la differenza è solo la capienza economica senza i titoli) e più diritti (ma minore sensibilità per estenderli a chi ne arriva sprovvisto), con un Campo Marzo recintato, con più automobili (e furgoni di consegna dell’e-commerce) e meno cavalli, e un’attenzione molto più accentuata per il decoro urbano che però forse, a ben pensare, fa il pari con gli slogan antibestemmia di un secolo fa!
Scherzi e ovvietà a parte, a me pare che un secolo non basti a giustificare tali cambiamenti, sembrano passati eoni, ere geologiche a dividere la Vicenza del 1925 da quella di oggi.
Mi fermo qui con il facile gioco di ‘scopri le differenze’… o potrei cedere alla tentazione di scrivere un’altra guida!

Su concessione della Biblioteca civica Bertoliana di Vicenza
