
Nella settimana che racchiude la celebrazione dei defunti, a Venezia è tradizione (fino agli anni ’50 del secolo scorso, poi ripresa nel 2019 e poi di nuovo dopo la pandemia) allestire un ponte galleggiante e temporaneo che congiunge la città (da Fondamente Nove) con l’isola di san Michele, il cimitero di Venezia.
Si tratta di un allestimento suggestivo che richiama al contempo locali e turisti e anche molte persone che da altre città italiane, quando non proprio dall’estero, vengono qui per rendere omaggio alle tombe di illustri trapassati.
Superato il ponte si accede a un giardino ordinato con tanto di strutture architettoniche a firma di archistar del calibro di David Chipperfield, autore dell’ampliamento del 1998. Ma soprattutto si accede a un’altra dimensione, fatta di croci e lastre di marmo, maestosi alberi, nomi e scritte in diverse lingue, simboli religiosi ecumenici, e omaggi inconsueti su lapidi antiche, in molti casi logorate e frantumate dal tempo.
Nei giorni del ponte di collegamento, il cimitero si piega all’afflusso di curiosi che, cartina alla mano, cercano le dimore eterne dei più ‘famosi’, rinunciando al silenzio e all’isolamento che lo caratterizza tutto il resto dell’anno (curioso sentir mormorare a mezza voce e con ironia dai guardiani che osservano sgomenti questa insolita invasione… “dèi che xè solo el tre!”).
Passeggiando accanto alle tombe, osservandone la forma a volte irrituale e provando a leggerne nomi ed epigrafi, laddove non sono stati cancellati da salsedine, pioggia e vento, si intravede un incrocio di destini che hanno avuto il loro esito estremo nella città dei sogni sull’acqua (e per questo quindi ancor più evanescenti).
Il rispetto per i defunti mi ha inibito nell’uso del cellulare (non così per le decine di persone che scattavano foto e selfie come fossero in spiaggia), perciò le immagini più toccanti le ho impresse negli occhi, come la tomba dell’impresario teatrale e direttore artistico e scopritore di talenti russo Sergej Pavlovič Djagilev, detto Serge, corredata di numerose paia di scarpette da ballerina e di una statuina illuminata da un raggio di sole (a lui è intitolata una scuola di ballo a Venezia); o quella del poeta, saggista e drammaturgo russo Iosif Aleksandrovič Brodskij, noto anche come Joseph Brodsky, ricoperta di mazzi di fiori freschi (ho riconosciuto una ragazza russa vista sul treno che commossa deponeva proprio lì un fiore); o ancora quella dello psichiatra italiano, noto per le sue teorie sulla de-istituzionalizzazione della malattia mentale e l’eponima legge 180 che portò alla chiusura dei manicomi, posta al riparo da occhi indiscreti in una cappella di famiglia in mattoni rossi posta a uno degli incroci dei vialetti.
Ma qui hanno dimora anche Ezra Pound, Emilio Vedova, Hellenio Herrera (riconoscibile dalle sciarpe neroazzurre), Lauretta Masiero, solo per citare i nomi più popolari.
C’è chi non riesce a orizzontarsi neppure con la cartina alla mano e chiede informazioni ad altri visitatori scambiando commenti sulle tombe già incrociate…
E a noi, che nella ‘giornata dei giardinieri’ (perché questo è il ruolo che abbiamo il 2 di novembre) non resta che immaginare queste vite, la cui ricostruzione è oggi compito piuttosto facile grazie a un click su Wikipedia.
Ripercorrendo il ponte in direzione (ostinata e) contraria, ci si lascia cullare dall’aria intrisa di salsedine con l’illusione, camminando sulle acque della laguna, di essersi lasciati alle spalle il più didascalico dei ‘memento mori’ e ripromettendosi di riflettere sulla caducità della propria esistenza davanti a un paio di spuncioti e a un bicer de queo bon.
P.S. Avete tempo fino a domenica 9 novembre per fare questa esperienza immersiva nell’altra dimensione!


[Disclaimer: questo articolo era destinato fin dall’inizio al blog ma l’inaugurazione di quest’ultimo ha richiesto più tempo del previsto perciò potrebbe sembrare che sia stato pubblicato fuori tempo massimo e di fatto è così, mais… tant pis!]